Storia dei casinò nell’URSS: come stavano le cose con i giochi d’azzardo a carte 40 o più anni fa

I commissari del popolo chiusero le sale da gioco commerciali già all’inizio degli anni ’20. I reparti di polizia cittadina facevano irruzioni nei seminterrati, negli appartamenti, nei “club di interesse”. I vecchi caffè si trasformavano in stanze silenziose con scatole capovolte al posto dei tavoli, mazzi di carte con i bordi levigati e quaderni di debiti. Formalmente, la legislazione relegava i giochi d’azzardo nell’URSS nel sottosuolo; di fatto, i giocatori spostavano gli incontri nelle cucine dei dormitori comuni e negli spogliatoi delle fabbriche.

Nei giornali il divieto sembrava una misura quotidiana: un annuncio al club, un paio di frasi alla riunione, la visita del poliziotto di quartiere tra un controllo e l’altro. In questo contesto, la storia dei casinò nell’URSS non iniziava con chip e luci, ma con partite notturne nelle cucine – tranquille, brevi. Il punto di riferimento era Mosca: lì la disciplina e i controlli erano più frequenti che in provincia.

La storia dei casinò nell’URSS negli anni ’30

I direttori delle case della cultura adattavano i programmi serali per incontri “scacchi-quiz” innocui – senza soldi e conflitti, sotto la luce delle lampade verdi e il fruscio dei gettoni. Nelle piccole sale, il responsabile sistemava pesanti tovaglie sui tavoli, il magazziniere portava una scatola di gettoni “per la contabilità”, l’elettricista azionava l’interruttore – i plafoniere verdi proiettavano una luce calda sul mazzo e sui cartellini. Il conduttore spiegava brevemente le regole, il supervisore impostava il timer per il turno, il pubblico si sedeva a semicerchio; i tavoli venivano spostati rumorosamente e il gioco entrava in un ritmo tranquillo – dialoghi silenziosi, ordine preciso, premi sul bancone vicino al palco.

Questa forma si adattava al linguaggio sovietico del “lavoro culturale di massa” e non provocava controlli. Quando nei grandi saloni risuonavano i cori, dietro le quinte delle piccole sale si giocava a preferans: il conduttore annotava il punto, le controversie venivano risolte prima dell’inizio. Nella cronaca del decennio, la storia dei casinò nell’URSS si percepiva attraverso le persone sul palco – il direttore del club approvava lo script, il responsabile manteneva il ritmo, il magazziniere distribuiva gli accessori.

Metro, lavanderie, fabbriche: il dopoguerra

Nei sottopassaggi, nelle lavanderie vicino alle fabbriche, negli ostelli comparivano dei “punti”: un tavolo, un mazzo di carte, un barattolo per il resto. Qui si parlava poco e si contava velocemente. Come conduttore informale c’era il capoturno o il maestro licenziato; per mantenere l’ordine c’era il “capotavolo”. I soldi per il barattolo venivano raccolti in contanti – le banconote passavano di mano in mano, cercando di non farle frusciare troppo. Le scommesse rimanevano entro limiti ragionevoli – lo stipendio non era elastico, l’attenzione del poliziotto di quartiere non serviva a nulla. In buona compagnia non serviva un croupier: il cambio veniva controllato da chi si fidava. I tentativi di “accelerare” il gioco finivano male – il baro perdeva il posto e l’indirizzo.

Anni ’70: il respiro della lotteria

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La città vide una via legale per aspettare la fortuna – il lotto sportivo. I chioschi dell’Unione tipografica vendevano biglietti accanto ai giornali, gli speaker annunciavano le estrazioni nei giorni prestabiliti, i contabili accettavano le schede. La lotteria smorzava la tensione intorno ai giochi di carte – trasformava la conversazione sui soldi in un formato approvato sia dai superiori che dai vicini di pianerottolo. Parallelamente, nelle stanze delle fabbriche e nelle dacie le carte continuavano a essere presenti. Nell’agenda pubblica il settore del gioco d’azzardo nell’URSS suonava “attenuato”, ma il termine legalizzazione nei giornali era associato proprio alle lotterie e ai quiz, non alle scommesse al tavolo. In questo contesto, la storia dei casinò nell’URSS appare come un compromesso disperso: il palco – per i souvenir, il chiosco – per i biglietti, la serata – per la propria compagnia.

Sud, ristoranti, sale da tè

Le città termali come Soči, Jalta e Tbilisi dettavano un altro ritmo. Qui la storia dei casinò nell’URSS non passava per i seminterrati – ma attraverso banchetti, hall delle scale e insegne dei “club di interesse”. Soči aveva una stagione intensa: dopo cena i ristoranti degli alberghi trasformavano le sale in brevi “serate”. Le scenografie cambiavano: le tovaglie sparivano, i mazzi di carte venivano posati sul tavolo; il cameriere diventava il croupier, l’amministratore raccoglieva il “noleggio della sala” – in pratica, la quota d’ingresso al gioco. Il poker aveva il miglior andamento (cinque carte, un cambio).

La roulette veniva installata raramente – rumorosa, vistosa, rischiosa. A Jalta preferivano un formato più morbido: “incontri del club” presso le case di riposo. A Tbilisi – “sale da tè” con l’insegna di raduni letterari, con liste fisse di ospiti. Tutto si basava su accordi taciti: chi portava le carte, chi gestiva il banco, chi si metteva alla porta e bussava se arrivavano estranei. Qui il settore del gioco d’azzardo sembrava un mestiere, non una rete, e resisteva fino alla prima fuga dell’indirizzo.

Cosa vedevano i controllori nel sud:

  1. Sale da pranzo dopo l’ultima cena: cinque-sei tavoli, ingresso separato dal corridoio di servizio.
  2. Registri – liste degli ospiti, cognomi abbreviati: “Kvirkv.”, “Djapar.”, “Petr.”. Accanto – un normale foglio a quadretti con numeri e annotazioni: chi puntava, quanto versava nel banco, a chi doveva ancora.
  3. Il “noleggio della sala” veniva convertito in un montepremi comune; al di sopra del limite l’amministratore non accettava soldi.
  4. Il conduttore veniva spesso scelto dalla sala stessa – chi conosceva le regole, conduceva. Poteva essere un cameriere o un amministratore abituato a mantenere l’ordine tra i piatti e le bevande. Se scoppiava una lite – agivano rapidamente. Silenziosamente redistribuivano. O sottraevano dal banco. A volte – facevano una pausa di dieci minuti, come se fosse per “aerarsi”.
  5. Regola interna: “nessun debito fino a domani” – il debito rompeva il ritmo e attirava controlli.

La storia dei casinò nell’URSS: la svolta finale

La Perestrojka portò forme “bianche” di svago – programmi cooperativi, serate culturali, chiusure anticipate delle sale. Gli organizzatori mettevano pass, liste, sicurezza all’ingresso. Da qualche parte si parlava di “svago controllato”, ma il divieto sulle scommesse al tavolo rimaneva rigido. Nelle notizie cittadine è apparsa l’espressione “primi casinò nell’URSS”, ma si trattava di sale con spettacoli e souvenir – non di casse e banchi. Alla fine del decennio il controllo è stato nuovamente rafforzato e gli anni ’80 hanno chiuso il capitolo del gioco d’azzardo pubblico a carte fino alla prossima epoca. In questo finale la storia dei casinò nell’URSS si chiude con cura: la lotteria rimane, gli interattivi vivono sul palco e i tavoli serali privati tornano nelle piccole compagnie.

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